Image credits: snopek su Flickr.

L’eco dell’ambulanza mi ripiombò nell’afosa realtà, strappandomi con forza a quegli scampoli di ricordo, a quei brandelli di sogno, che appiccicosi, ancor non si volevano liberare di me.

La stanza, la mia stanza, era avvolta in quella romantica penombra romanzesca, creata dal filtrare della luce solare nelle fessure delle serrande. Ma niente era più lontano di quel luogo dalla penombra che invece già avvinghiava la mia mente. Per una sorta di maleficio, infatti, al mio risveglio al buio completo, ancora vedevo quel pesante portone che fermava gli urti della mia spalla, poi insidiosa la luce si riversava in me da quelle piccole fessure scavate nel mio stanco volto, tutta la luce nel recipiente della stanza, veniva colata nell’imbuto dei miei occhi e la diga della memoria, come un flebile fuscello, veniva spazzata via dalla tempesta.

Ma qualcosa protestava, le radici, forse, di quel giovane arbusto, rimaste salde nel terreno comunque avessero strappato loro la pianta, volevano che io ricordassi.

Samanta! Samanta. Samanta… era il nome della donna, quell’ultima donna che vidi sull’orlo della mia follia onirica, quell’ultima donna che vidi prima della botola. Da principio non potevo scambiarla per tale, la botola, in verità era uno spesso portone di assi di legno, tutte verticali, unite tra loro da un’altra trasversale. Ma la luce filtrava lo stesso nelle imperfezione delle parti, un vecchio portone per una vecchia abitazione.

L’entrata principale si apriva sulla parete opposta, dando accesso su di uno spazio antistante la casa, che si affacciava sull’orto e le terre di proprietà della famiglia che un tempo le abitavano.

La donna aveva lasciato volutamente la porta principale aperta, ma di lì non era voluta uscire, perché forse era da quel posto e da quei ricordi che cercava di fuggire, dalle tragedie che si erano abbattute sulla sua famiglia e allora, dopo l’ultima disgrazia, appresa dall’uomo che la amava e che stava lavorando nei campi come per telepatia, nel momento stesso in cui lei, intenta a stendere i panni sulla terrazza all’ultimo piano della casa lo aveva guardato negli occhi ed era rientrata.

L’uomo, segnato dall’età e da quanto entrambi avevano vissuto, aveva appoggiato l’attrezzo contro la siepe; sotto quel cappellaccio di paglia, unto di sudore e di anni, andava ad aggiungersi al suo viso di cuoio cotto dal sole e dalla vita un’altra tacca, un’altra screpolatura e mentre mesto si allacciava una camicia a maniche corte a righe verticali blu e bianche, a coprir la canottiera intrisa del suo sudore, ma alla donna quell’umido indumento ricordava le lacrime mai versate, nella stessa azione si stava ritirando in casa.

La donna aveva visto tutto questo, dopo che aveva intuito, dopo che aveva saputo quanto successo; trafelata aveva sceso i due piani della casa e invece di uscire da quella porta che lo avrebbe proiettata verso il suo uomo, si diresse a quell’altra, quella che non usavano mai, quella che dava sul retro. L’uscio in questione era molto stretto, una persona robusta avrebbe dovuto fare spallucce per passare di lì e se fosse stata alta nella media, un poco si sarebbe dovuta chinare, per non picchiare la testa contro il grezzo muro di dure pietre e polveroso intonaco bianco.

Quasi l’entrata di una casa fiabesca, quasi la porta di Alice nel paese delle meraviglie, la serie di tavole erano al margine destro della parete, strette e rinchiuse in una piccola nicchia. Dall’altra parte dei gradini salivano al livello del terreno che costeggiava gli stessi e creava un corridoio naturale, fornendo un valido corrimano.

La donna protese la mano verso il chiavistello di ferro che fungeva da maniglia, dall’altra parte c’era invece un anello arrugginito dal tempo e con la mano protesa sul legno spinse in avanti, ma non ottenne niente di più che un leggero oscillamento. Come se quella porta rappresentasse la sua unica via di fuga prese a dare spinte più decise, a prenderla a calci, non accorgendosi dalle fessure tra le assi, della polvere che copriva quei gradini, segno dell’abbandono in cui versava quel passaggio per il non utilizzo da sempre. Poi seguirono le spallate, forti e decise, ripetute, martellanti, come la voce che accompagnava quel moto e ripeteva la stessa frase: non ti scordare…giù un colpo, non ti scordare… un’altra botta, non ti scordare…e finalmente il sordo frangersi delle assi che cedevano a metà, ma era la mia spalla che doleva per i colpi inferti contro il massiccio ostacolo e quando mi chinai per strisciare sotto la porta, che divelta del tutto dai cardini, o meglio per niente: si era trascinata via tutto il telaio piombando sui gradini esterni, posandosi a mo di botola e lasciandomi solo un cunicolo per passare, quando ero steso per terra con la coda dell’occhio vidi la donna nello svolazzare delle sue vesti nere oltrepassare di corsa l’altra porta, quella sempre aperta. Si girò poco prima di scomparire dalla mia vista, per guardarmi negli occhi, per fissarmi intensamente e lo sguardo ripeteva non ti scordarenon ti scordare

Solo allora mi resi conto della polvere e del degrado nei quali versava tutta la casa, dei mobili che arredavano quell’unico salone dabbasso, riservato sicuramente ad uso cucina, intravedevo le scure sagome di una credenza e uno zoppo tavolaccio, offuscati anch’essi dalla fuliggine di vecchiaia.

Continuavo freneticamente a spingere con la spalla contro la porta, che mi schiacciava e mi impediva di alzarmi e uscire e ad ogni colpo la solita voce che rimbombava nella mia testa… non ti scordarenon ti scordare… vincendo infine la resistenza fui avvolto dalla luce, una bianca, densa luce, forse un po’ opaca e torbida come un bicchiere d’acqua stravolto dalla pressione della condotta idrica, non ti scordare… i denti indolenziti nella morsa in cui si erano serrati per lo sforzo, vedevo solo il bianco attorno a me, non ti scordare…e poi quell’ululato ritmico che avvicinandosi dall’infinito cresceva d’intensità, fino a raggiungermi, destarmi completamente e sparire di nuovo nell’infinito.

Ero seduto sul letto, i piedi cercavano il contatto con le ciabatte, sullo sfondo rumore di traffico, in primo piano il caldo, afoso, appiccicoso pomeriggio di agosto in città.

Non ti scordare…ero sveglio? Non ti scordare… ero sveglio! O almeno nella realtà che mi apparteneva, in un mondo a me familiare.

Mi alzai barcollando, diretto verso il bagno attraverso quel buio rischiarato di una casa con tutte le tapparelle abbassate ma non fino in fondo. E mentre mi sciacquavo il viso dinanzi allo specchio, non ti scordare… guardavo ancora la porta/botola non ti scordare… sentivo i denti indolenziti non ti scordare… scorgendo nel riflesso dei miei occhi fotogrammi dalle tinte ingiallite.

Non ti scordare… ma cos’era in realtà che dovevo assolutamente ricordare e che voleva io non dimenticassi? In quel breve attimo di lucidità mentale che ci strappa alle ultime briciole di sogno, avevo pensato di fantasticare la trama di un libro, o meglio credevo di essere immerso nella lettura di un romanzo così avvincente da sentirmi nell’opera stessa; aprendo gli occhi realizzai mentre già le immagini abbandonavano la mia mente, non ti scordare… che non c’era un libro tra le mie mani e quel poco che ancora ricordavo, apparteneva unicamente alla mia fantasia.

Un sogno! Possibile che tutto quello era stato un sogno? Sentivo il cuore pesante per le emozioni provate, stanco e forzato, nonostante avessi solo brandelli di volti a me sconosciuti, ma allo stesso tempo così familiari.

Scartavo la logica tesi dell’esperienza onirica per un impulso istintivo, non ti scordare…perché nei miei venticinque anni, in tutti i miei sogni, ero sempre stato cosciente e vigile a metà: ero come uno di quei cani da guardia che dormono con un occhio aperto, la mia mente si abbandonava ai filmati proiettati dalla fantasia, dall’inconscio, ma mai del tutto, c’era sempre un io presente e consapevole, un’entità superiore e razionale che mi svelava il trucco mentre continuavo ad assistere allo spettacolo.

Questa volta le cose erano andate diversamente, la sensazione dell’essere onnisciente non c’era stata, al contrario avevo addosso quella di testimone e me la portavo direttamente appresso da dovunque fossi tornato, o se preferite dal sogno. Mi sentivo come un reporter su una scena di cronaca, gli eventi si erano svolti in mia presenza, io li avevo vissuti indirettamente in prima persona, cioè non vi avevo preso parte attivamente ma avevo partecipato ad uno stralcio di storia, non ti scordare… e adesso dovevo far luce.

C’era stata un tempo una famiglia, felice della normalità di una semplice esistenza. Mondo a loro circostante non esisteva, ma solo c’era la casa e la terra. L’uomo e la donna, un tempo ragazzi anche loro, si erano amati da sempre, da quando si erano conosciuti, avevano sempre vissuto insieme ed insieme erano rimasti da sempre.

Avevano avuto un figlio, molto tempo prima, e lo avevano cresciuto nel sole e nel rispetto della terra; nell’amore che erano riusciti a dargli niente gli era mai mancato.

Il figlio era cresciuto e si era sposato, l’unica festa era stata quella nei cuori dei genitori ad avere sotto lo stesso tetto il figlio e la giovane moglie. Il figlio non c’era più, se l’era preso la terra, che precipitando dentro di sé, l’aveva inghiottito. Era rimasta solo la giovane donna, di una bellezza sfuggente, ho dimenticato i loro volti come i loro nomi. E quanto a loro accaduto. La sposa era rimasta con loro ed era diventata una figlia. Ma anche la sposa, poi figlia, non c’era più, questa volta era stato un male incurabile a portarla via.

Erano rimasti i due vecchi, l’uomo e la donna, i cui volti erano a me familiari ma lo stesso sconosciuti. In ambedue scorgevo i tratti della mia vita.

La donna era in terrazza a stendere il bucato, l’uomo lavorava nei campi. La donna si sporse a cercare l’uomo, ma sulla terra antistante la casa c’erano mia madre e mio fratello ed ero io a fissarli e a sputare sentenze. Stavamo litigando e il veleno dell’odio offuscava la mente. Avevano lasciato incustodito qualcosa di mio, niente di importante e comunque non ricordo cosa e le api ci avevano fatto un nido. O erano vespe? La rabbia era tanta perché adesso avrei dovuto bruciare l’oggetto, ché ormai era inservibile. Ci mise poco a prendere fuoco e le api iniziarono ad uscire fuori, in uno sciame infuocato.

La maggior parte cadevano a terra, dei piccoli tizzoni fumanti, altre piroettavano contro il muro ché tanto le ali si andavano squagliando per il calore. Lo stesso ebbi un sussulto, forse provai paura e scagliai via quello che sembrava una scarpa. La scagliai sul tetto, e il legno prese fuoco, così come la casa all’interno. Passai fra le fiamme che non mi divorarono ma al piano di sotto l’incendio era terribile.

Il fumo mi soffocava e il calore già mi bruciava, mio fratello da fuori stava per entrare, da quella che era la porta principale, ma io non volevo essere salvato e travi di legno caddero a bloccare il passaggio.

Poi la donna tornò in me o meglio vidi la donna cercare una fuga dalla porta che dava sul retro della casa, ma questa era bloccata ed ero stato io ad averla chiusa per restare in quella prigione rovente.

Le spallate che scuotevano la porta erano le mie, ma le fiamme non c’erano più, ma il ricordo di queste sì. La donna che vidi dirigersi fuori dalla casa era finalmente consapevole della mia presenza e forse ero io ad averla fatta andare via. Quando si girò a guardarmi per dirmi non ti scordare… per ripetermi non ti scordare… aveva capito che io ero sempre stato presente e che tutto quello che era successo era stata colpa mia.

Io mi ero intromesso nel loro mondo, presente, passato o parallelo che fosse e la loro realtà era stata stravolta dalla mia intrusione, la loro vita contagiata e distrutta quella dei loro cari. I miei morbi mentali, i fumi della mia ira e comunque solo le infette mie carni avevano intaccato e guastato quel piccolo paradiso.

Non ti scordare… ora so cosa voleva dirmi, non ti scordare… era un monito ad un dio distratto intervenuto a modificare un mondo che solo ha contribuito a creare, ma che più non gli appartiene, non ti scordare… che tu ci hai creati e lasciati a noi stessi, non ti scordare… che noi abbiamo vissuto, non ti scordare…che quando ti sei ricordato di noi e ci sei venuti a trovare, tu ci hai distrutti, non ti scordare… di noi se puoi!

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